Dr.ssa Irene De Bernardi

Medico Chirurgo specialista in Lifestyle Medicine

Specialista in Radiologia | Specialista in  Lifestyle Medicine (DipIBLM)
Iscritta all’Ordine dei Medici di Varese n°6900
P.IVA IT03554990121
Email: info@irenedebernardi.com

Dr.ssa Irene De Bernardi

Medico Chirurgo | Specialista in Radiologia

Specialista in Lifestyle Medicine (Dip IBLM)

Tumore del colon-retto: perché i Millennials sono sempre più a rischio

2026-03-31 19:07

Irene De Bernardi

Tumore del colon-retto: perché i Millennials sono sempre più a rischio

Per decenni il tumore del colon-retto è stato considerato una patologia “da anziani”, qualcosa che apparteneva quasi esclusivamente dopo i 50-60 anni.

tumore-retto-silme-linkedin.png

Per decenni il tumore del colon-retto è stato considerato una patologia “da anziani”, qualcosa che apparteneva quasi esclusivamente dopo i 50-60 anni. Una certezza clinica rassicurante, quasi ordinata.

 

Oggi però questa narrazione non regge più.

 

Mentre l’incidenza nelle fasce più adulte diminuisce grazie agli screening e alla diagnosi precoce, sta emergendo un fenomeno nuovo e silenzioso: l’aumento dei casi nei giovani adulti, definito Early-Onset Colorectal Cancer (EoCRC).

 

Le proiezioni epidemiologiche indicano un cambiamento significativo nei prossimi anni, con una quota crescente di diagnosi che interesserà fasce sempre più giovani. Non si tratta di una semplice oscillazione statistica, ma di una trasformazione reale del rischio.

 

La domanda, a questo punto, non è più se stia succedendo, ma perché stia succedendo proprio ora.

 

Quando un tumore colpisce un trentenne, la prima spiegazione che viene in mente è la genetica. Qualcosa di scritto nel destino biologico.

 

In realtà, solo una minoranza dei casi giovanili è legata a mutazioni ereditarie note, come la Sindrome di Lynch o la Poliposi Adenomatosa Familiare. Nella maggior parte dei casi non esiste una causa genetica identificabile.

 

Questo cambia completamente la prospettiva.

 

Significa che il rischio non è solo ereditato, ma costruito nel tempo attraverso l’interazione tra organismo e ambiente. Dieta, microbiota, farmaci, metabolismo, infiammazione cronica: elementi che, sommati, possono modificare la traiettoria biologica di una persona.

 

Non è solo ciò che siamo nati a essere, ma ciò a cui siamo esposti ogni giorno.

 

Una delle ipotesi più interessanti della ricerca recente riguarda il cosiddetto “birth-cohort effect”: generazioni diverse presentano rischi diversi semplicemente perché crescono in ambienti biologici differenti.

 

Chi è nato dopo la metà del secolo scorso ha vissuto un’esposizione completamente nuova a fattori ambientali e sanitari.

 

Tra questi, uno dei più discussi è l’uso precoce e ripetuto di antibiotici nell’infanzia. L’ipotesi non è che gli antibiotici causino direttamente il tumore, ma che possano aver contribuito a modificare in modo duraturo il microbiota intestinale, alterando l’equilibrio tra specie protettive e specie pro-infiammatorie.

 

Un ecosistema intestinale meno stabile può diventare, nel tempo, un terreno più vulnerabile a processi infiammatori cronici e potenzialmente oncogenici.

 

A questo si aggiunge il cambiamento radicale della dieta nelle società moderne: più alimenti ultra-processati, più zuccheri, più grassi raffinati, meno fibre. Un ambiente metabolico completamente diverso rispetto a quello per cui il nostro intestino si era evoluto.

 

Le meta-analisi più recenti hanno inoltre identificato alcuni fattori che pesano in modo significativo sul rischio nei giovani adulti. Non sono dettagli marginali, ma veri e propri marcatori di esposizione.

 

Tra questi, la storia familiare di primo grado resta il fattore più rilevante, con un aumento significativo del rischio. Il consumo di alcol agisce come irritante e carcinogeno diretto per la mucosa intestinale. La dislipidemia, spesso sottovalutata nei giovani, emerge come segnale metabolico sempre più associato al rischio. L’obesità, infine, contribuisce attraverso l’infiammazione cronica sistemica e la disregolazione ormonale.

 

Colpisce un aspetto in particolare: la salute metabolica non è più solo una questione cardiovascolare, ma anche oncologica.

 

Esiste poi un paradosso clinico sempre più evidente. I giovani, pur essendo biologicamente più resilienti, arrivano spesso alla diagnosi in stadi avanzati. In molti casi i sintomi iniziali vengono sottovalutati o interpretati come condizioni benigne: stress, emorroidi, colon irritabile.

 

Il risultato è un ritardo diagnostico significativo.

 

Alcune forme a insorgenza precoce tendono inoltre a essere biologicamente più aggressive, con maggiore frequenza di localizzazione nel colon sinistro e varianti istologiche meno differenziate, capaci di evolvere più rapidamente.

 

Per questo i segnali non devono mai essere banalizzati: sanguinamento rettale, cambiamenti persistenti dell’alvo, perdita di peso non intenzionale o dolore addominale ricorrente meritano sempre un approfondimento adeguato, indipendentemente dall’età.

 

Il vero cambiamento in corso non riguarda però solo la diagnosi, ma la prevenzione.

 

Sempre più linee guida stanno anticipando l’età dello screening, ma il punto centrale è un altro: il rischio non può più essere definito solo dall’età anagrafica.

 

È diventato individuale, metabolico, familiare e ambientale.

 

La prevenzione del futuro sarà sempre meno standardizzata e sempre più personalizzata.

 

Non si tratta più di aspettare una certa età per iniziare a controllarsi, ma di conoscere prima il proprio profilo di rischio.

 

Perché la protezione più potente non è un esame, ma la consapevolezza.

 

Il tumore del colon non è più solo una malattia dell’età avanzata. Sta diventando anche una malattia del presente, dei nostri stili di vita e della nostra biologia moderna.

 

La vera domanda non è più quando iniziare lo screening, ma quanto conosciamo davvero il nostro rischio prima che il rischio diventi diagnosi.

 

 

Con cura, 

 

Dr.ssa Irene De Bernardi